lunedì 18 novembre 2013

LA CONSAPEVOLEZZA: UN FATTORE FONDAMENTALE DELLA CURA DI SE’



Tre aggettivi o gruppi di aggettivi  possono qualificare la consapevolezza.

1. La consapevolezza ha un aspetto cognitivo: vuole conoscere la realtà così com’è ed è interessata ad acquisire nella maniera più completa i dati del mondo interno e del mondo esterno. Vuole conoscere i particolari senza perdere di vista l’insieme.  La consapevolezza è un modo per conoscere: ci troviamo di fronte a una mente che può conoscere se stessa, che può monitorare ed esplorare se stessa. Dunque la consapevolezza è attenta, lucida, amante della precisione.
2. La consapevolezza vuole ancorarsi alla realtà così com’è e contrasta la tendenza del desiderio a scappare vie dagli aspetti più frustranti della realtà, a sovrapporre il sogno alle cose così come sono e alle cose così come vengono. La consapevolezza è dunque come un vecchio saggio, che invita a non reagire  in modo negativo alle difficoltà del percorso ma incoraggia a proseguire verso una meta. Dunque la consapevolezza è accettante, paziente, umile e nel contempo tenace, lungimirante.
3. La consapevolezza ha una valenza affettiva, se l’esplorazione cognitiva, non viene fatta con amore e benevolenza non trova l’energia per portare avanti la propria funzione e per continuare ad essere precisa ed accettante. E’ paragonabile ad una madre affettuosa che riconosce, accetta, abbraccia, esplora con cura l’oggetto della consapevolezza le emozioni, i pensieri e i processi mentali così come sono.    Dunque la consapevolezza è benevola e compassionevole verso il sé e verso l’altro.

Quando  parliamo di consapevolezza come fattore fondamentale della cura di sé  non dobbiamo pensare ad una funzione  psicologica astratta o una dimensione intellettuale d’interesse etico o filosofico, bensì ad una funzione psichica che una base neurofisiologica nell’essere umano e che può essere oggetto di osservazione scientifica.

E’ stato  dimostrato che l’attivazione della consapevolezza  (per es. attraverso la meditazione basata sulla concentrazione, cioè  sull’attenzione focalizzata su un unico oggetto o sullo stato mentale aperto cioè sull’attenzione non selettiva  rivolta a tutto ciò che avviene o ancora su uno stato mentale di compassione) investono e modificano in tempo reale certe aree cerebrali in misura tanto più intensa e con ripercussioni tanto più salutari sul soggetto sperimentale quanto più risulta prolungato il suo allenamento all’esperienza meditativa. E’ stato dimostrato che l’allenamento alla meditazione di consapevolezza potenzia l’area della corteccia prefrontale sinistra, sede delle emozioni positive e  riduce le aree della corteccia prefrontale destra, collegata alla depressione, al ripiegarsi su se stessi, alla perdita della gioia di vivere.  

Una ricerca di Richard Davidson sui dipendenti in media molto stressati dell’azienda Biotech a Madison ha dimostrato che un allenamento trimestrale a tecniche di meditazione di  consapevolezza è stato sufficiente per aumentare del 20 % la rispondenza positiva al vaccino antiinfluenzale rispetto ad un gruppo di controllo: lo sviluppo della consapevolezza finisce per rinforzare il “sistema immunitario mentale”, la qualcosa “si ripercuote sul sistema immunitario nel corpo”. (1)
Dunque è indiscutibile che ci siano dentro di noi funzioni psichiche benefiche e straordinarie, che hanno una base neurofisiologica e che riconduciamo alla consapevolezza. Ed è altrettanto indiscutibile  che la consapevolezza, l’attenzione, la compassione possano essere oggetto di allenamento e di potenziamento.



(1) J. Wesson Ashford, Neuroplasticity in Alzhaimer’s Disease, “Journal of Neuroscience Research”, 70, 1.11. 2002, p. 402.

mercoledì 6 novembre 2013

UN CUORE MAL GOVERNATO...

Qualunque sia il male che possa
fare un nemico a un nemico
o uno che odia all’odiato
un cuore mal governato
può fare un male
ancora più grande”
Dhammapada, Detti e aforismi del Buddha

Cos’è un cuore mal governato? È un cuore pieno di emozioni, di colori, di vita, di movimento, ma è un cuore non “sentito”, non “riconosciuto”.

Le nostre emozioni nascono dal cuore e nascono dal corpo, non possiamo sceglierle, non possiamo bloccarne la nascita, sono automatiche e immediate. Le emozioni contengono informazioni noi non possiamo far altro che riconoscerle. Se le emozioni emettono un segnale, il riconoscimento o il disconoscimento di esso può esserci di aiuto o può danneggiarci.

Ad esempio l’emozione della Paura è intelligente in quanto ci informa di un pericolo attraverso l’accellerare del battito del cuore e/o l’aumento della pressione sanguigna. Imparare a riconoscere questi segnali aiuta a riconoscere il pericolo o la situazione che viene percepita come pericolosa.
Ma le emozioni possono anche essere dannose se non vengono riconosciute e regolate. Possono determinare un offuscamento della consapevolezza o un sequestro emozionale. Le emozioni non regolate possono diventare impulsi e determinare degli agiti comportamentali connotati in senso negativo e distruttivo. L’intervallo tra lo stimolo che genera l’emozione e l’eventuale reazione è brevissimo, spesso impercettibile e potrebbe sfuggire alla nostra consapevolezza. Attraverso le tecniche di Mindfulness possiamo allenarci a migliorare la velocità tra stimolo e reazione.

Ritornando all’aforisma da cui sono partita, mi sento di dire che prenderci cura del nostro cuore è condizione essenziale e necessaria per prenderci cura degli altri. E degli altri ci prendiamo cura sia nelle nostre professioni ma anche e soprattutto nella nostra vita quotidiana e familiare, dei nostri figli ad esempio.


………….Noi siamo Emozioni..………


Scritto da Desi Speranza

domenica 3 novembre 2013

UN LIBRO CHE HA CAMBIATO IL MIO MODO DI MANGIARE


Dall’introduzione di Thomas Campbell
Pochissime persone sanno davvero che cosa dovrebbero fare per migliorare la loro salute…. Questo non dipende dalla mancanza di ricerca. Le ricerche sono state fatte, di­sponiamo di un'enorme quantità di informazioni sui legami fra alimentazione e sa­lute, ma la vera scienza è stata sepolta sotto un cumulo di informazioni irrilevanti, se non addirittura dannose: la scienza spazzatura, le diete alla moda e la propaganda dell'industria alimentare. (…)
Avete il diritto di sapere che molte delle nozioni comuni che vi sono state trasmesse sul cibo, la salute e la malattia sono sbagliate.
      Per quanto problematiche,  le sostanze chimiche presenti nell'ambiente e nel vostro cibo non sono la causa principale del cancro.
                  I geni che avete ereditato dai vostri genitori non sono il fattore più importante che determina se sarete vittime di una delle dieci principali cause di morte.
      La speranza che la ricerca genetica possa portare a cure farmaceutiche per le ma­lattie ignora le soluzioni più efficaci che possono essere messe in atto oggi.
      Il controllo ossessivo dell'assunzione di una sostanza nutritiva, come ad esempio i carboidrati, i grassi, il colesterolo o gli acidi grassi omega-3, non darà come risul­tato una salute a lungo termine.
      Le vitamine e gli integratori alimentari non vi forniranno una protezione a lungo termine dalle malattie.
      I medicinali e la chirurgia non sono in grado di curare le malattie che uccidono la maggior parte degli americani.
      Probabilmente il vostro medico non sa di che cosa avete bisogno per ottenere il miglior stato di salute possibile.

Quella che propongo non è niente di meno che la ridefinizione della nostra con­cezione di buona alimentazione. I risultati provocatori dei miei quarant’anni di ri­cerca biomedica, comprese le scoperte risultanti da un programma di laboratorio della durata di ventisette anni  dimostrano che una dieta corretta può salvarvi la vita.
A differenza di taluni autori popolari, non vi chiederò di credere a conclusioni basate sulle mie personali osservazioni. Questo libro contiene più di 750 rimandi bibliografici, che sono per la maggior parte fonti primarie di informazione, fra cui cen­tinaia di pubblicazioni scientifiche di altri ricercatori che indicano la via da seguire per ridurre il cancro, le cardiopatie, gli ictus, l'obesità, il diabete, le malattie autoim­muni, l'osteoporosi, il  morbo di Alzheimer, i calcoli renali e la cecità.
Alcune scoperte, pubblicate nelle riviste scientifiche più prestigiose, dimostrano che:
      un cambio di alimentazione può permettere ai pazienti diabetici di sospendere l'assunzione di farmaci;
      una cardiopatia può essere fatta regredire solo con la dieta;
      il cancro al seno è in relazione con i livelli di ormoni femminili nel sangue, a loro volta determinati dal cibo che mangiamo;
      il consumo di latticini può aumentare il rischio di cancro alla prostata;
      gli antiossidanti presenti nella frutta e nella verdura sono collegati a migliori pre­stazioni intellettuali nella vecchiaia;
      è possibile prevenire i calcoli renali con una dieta sana;
      il diabete di tipo 1, una delle malattie più devastanti che possano colpire un bam­bino, presenta evidenti correlazioni con le pratiche di alimentazione infantile.

Queste scoperte dimostrano che una buona dieta è l'arma più potente di cui di­sponiamo contro la malattia. …

Da qualunque punto di vista la si consideri, la salute degli americani sta venendo meno. La nostra spesa pro capite in assistenza sanitaria è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra società nel mondo, eppure due terzi degli americani sono sovrappeso, e più di quindici milioni di nostri connazionali soffrono di diabete, una cifra in rapido aumento. Siamo afflitti dalle cardiopatie con la stessa frequenza di trent'anni fa, e la guerra al cancro lanciata negli anni Settanta del Novecento si è rivelata un insuccesso clamoroso. Metà della popolazione americana ha un problema di salute che richiede l'assunzione una volta alla settimana di un farmaco prescritto dal medico, e più di cento milioni di statunitensi hanno il colesterolo alto.
A peggiorare le cose, stiamo conducendo i nostri giovani verso un baratro di malattia, di cui cadono vittime in sempre più tenera età. Un terzo dei bambini di questo paese è sovrappeso o a rischio di diventarlo. I nostri piccoli sono afflitti con sempre maggior frequenza da una forma di diabete che un tempo veniva riscontrata solo negli adulti, e assumono più farmaci con obbligo di ricetta di quanto sia mai successo nel passato.
Tutti questi problemi si riducono a tre fattori: colazione, pranzo e cena.
Più di quarant'anni fa, agli inizi della mia carriera, non avrei mai pensato che il cibo fosse così intimamente collegato ai problemi di salute. Per anni non mi sono doman­dato più di tanto quali fossero gli alimenti migliori da consumare. Mangiavo quello che mangiavano tutti: il cibo che mi era sempre stato presentato come buono. Noi tutti mangiamo le cose che ci piacciono o che ci convengono o quelle che i nostri genitori ci hanno insegnato a preferire. La maggior parte di noi vive all'interno di confini cultura­li che definiscono le nostre preferenze e abitudini in termini di alimentazione.

(…) Ho scelto di iniziare con un approfondito programma di laboratorio che avrebbe analizzato il ruolo dell'alimen­tazione, e soprattutto delle proteine, nello sviluppo del cancro. I miei colleghi e io eravamo cauti nel formulare le nostre ipotesi, rigorosi nella metodologia e pruden­ti nell'interpretazione delle scoperte. Avevo scelto di compiere quella ricerca a un livello scientifico molto basilare, studiando i dettagli biochimici della formazione del cancro. Era importante capire non solo se ma anche come le proteine potessero favorire il cancro. Era la situazione migliore. Seguendo scrupolosamente le regole della buona scienza, avevo la possibilità di studiare un argomento stimolante senza suscitare le classiche reazioni alle idee radicali. Quella ricerca finì per essere ben sov­venzionata per ventisette anni dalle fonti di finanziamento più rinomate e competi­tive, prevalentemente dagli Istituti nazionali di sanità (National institutes of Health, NIH), dall'Associazione americana per la lotta contro i tumori (American Cancer Society) e dall'Istituto americano per la ricerca sul cancro (American Institute for Cancer Research). Poi i nostri risultati furono sottoposti a revisione (una seconda volta) per essere pubblicati su molte fra le migliori riviste scientifiche.

(…) Quello che avevamo scoperto era scioccante: le diete a basso contenuto di protei­ne inibivano la formazione del cancro da parte dell'anatossina, indipendentemente dalla quantità di questo carcinogeno somministrata agli animali. Una volta comple­tata la formazione del cancro, le diete a basso contenuto proteico bloccavano sensi­bilmente anche la successiva crescita del tumore. In altre parole, gli effetti cancerogeni di quella sostanza chimica altamente carcinógena venivano resi irrilevanti da una dieta a basso contenuto proteico. Di fatto, le proteine alimentari si sono rivelate così potenti nei loro effetti da permetterci di attivare e bloccare la crescita del cancro sempli­cemente modificandone il livello di assunzione. …. Ma non è tutto: abbiamo anche scoperto che non tutte le proteine avevano quell'effetto. Quali sono le proteine che favoriscono sempre e in grande misura il cancro? La caseina, che costituisce l'87% delle proteine del latte vaccino, favoriva tutti gli stadi del processo tumorale. Quale tipo di proteina non favoriva il cancro, perfino se assunta in dosi elevate? Le proteine sane erano quelle vegetali, comprese quelle del frumento e della soia. Man mano che si faceva nitido, questo quadro co­minciava a mettere in discussione e a mandare in frantumi alcune delle supposizioni alle quali ero più affezionato.


(…) Ho proseguito dirigendo lo studio più completo su dieta, stile di vita e malattìa mai effettuato sugli esseri umani nella storia della ricerca biomedica. Si è trattato di un’impresa imponente, sotto la gestio­ne congiunta della Cornell University, dell'Università di Oxford e dell'Accademia cinese di medicina preventiva. Il New York Times l'ha definito il "Grand Prix dell'epidemiologia". Questo progetto ha preso in esame un'ampia gamma di malattie e fattori legati all'ali­mentazione e allo stile di vita nella Cina rurale e, più di recente, a Taiwan. Più comune­mente noto come lo "studio Cina" {The China Study), il progetto ha finito per produrre più di 8.000associazioni statisticamente significative fra vari fattori dietetici e le malattie!

Ciò che lo rende particolarmente degno di nota è il fatto che, fra le numerose associazioni relative al rapporto fra dieta e malattia, moltissime giungevano alla me­desima conclusione: i soggetti che si nutrivano prevalentemente di cibi di origine animale erano quelli che si ammalavano delle patologie più croniche. Perfino le as­sunzioni relativamente ridotte di alimenti animali erano associate a effetti sfavore­voli. Le persone che mangiavano le maggiori quantità di cibi vegetali erano le più sane e tendevano a evitare le malattie croniche. Questi risultati non potevano essere ignorati. Dai primi studi sperimentali condotti su animali a proposito degli effetti delle proteine animali a questo imponente studio sui modelli alimentari di soggetti umani, le scoperte si sono dimostrate coerenti. Le implicazioni per la salute a secon­da del consumo di alimenti animali o vegetali erano sostanzialmente diverse.

lunedì 28 ottobre 2013


LA CURA DI SE’ DELL’OPERATORE IMPEGNATO IN COMPITI DI CURA, ASSISTENZA,  EDUCAZIONE DEI BAMBINI


La cura di sé parte dall’individuazione e dal riconoscimento del proprio disagio, che chiede di trovare momenti e spazi dove essere accettato, accolto, condiviso ed elaborato.  In un gruppo di lavoro centrato sulla cura degli altri, sull’impegno di assistenza ed educazione  le fonti di disagio sono raggruppabili in tre tipologie.

1. Disagio da relazione. La relazione professionale sollecita sensi di responsabilità verso i bambini e verso i genitori, che possono risultare logoranti, emozioni i di ansia, di inadeguatezza, di incertezza, di dolore che possono essere fonte di stress. Si tratta di vissuti che non è facile  smaltire stante gli scarsi spazi di confronto e riflessione di cui gli operatori dispongono.

2. Disagio da organizzazione. Il disagio dell’operatore può essere amplificato da problematiche istituzionali e relazionali legate all’organizzazione del lavoro tra figure professionali all’interno della medesima istituzione o nella rete. L’organizzazione del lavoro,  talvolta risulta complessa, deficitaria  e condizionata da scelte istituzionali e sociali  limitanti o carenti dal punto di vista della tutela dei soggetti deboli e dell’investimento sulla relazione di aiuto.

3. Disagio da storia personale. Un’ulteriore causa di malessere per gli operatori e i professionisti che operano su situazioni di grande sofferenza può nascere dal fatto che l’intervento educativo può richiamare alla mente  esperienze personali, nel ruolo di genitore o di figlio/a, vissuti del passato, ancora doloranti in qualche angolo della mente, problematiche psicologiche e relazionali, non pienamente elaborate.

Il corso  può essere strutturato con diversi indirizzi sulla base della costruzione di un clima di comprensione e fiducia reciproca all’interno del gruppo dei  destinatari della formazione , sulla base delle domande e emergenti e  delle richieste espresse dal committente. Il corso  propone una sinergia di diverse metodologie  di cura del Sé professionale e personale. Illustriamo brevemente queste metodologie.


a.    L’intelligenza emotiva è uno strumento per far crescere:
·      l’autoconsapevolezza, ovvero la capacità dell’operatore di riconoscere, rispettare e mettere in parola le emozioni più intense incontrate nell’attività professionale;
·      la capacità di controllare gli impulsi emotivi senza reprimerli e senza entrare in conflitto frontale con essi e senza neppure, tuttavia, farsene travolgere;
·      la capacità di sviluppare l’efficienza mentale e di motivarsi in modo globale (con la razionalità e con l’emotività) al raggiungimento di obiettivi e finalità;
·      la capacità di percepire e comprendere le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici;
·      la capacità di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri (utenti, colleghi ed altre figure professionali).

b.    La meditazione di consapevolezza, nelle sue molte forme e pratiche sviluppate in 2500 anni di tradizione buddhista, è uno strumento potente per ritrovare la connessione con il centro di noi stessi e con la capacità di mantenere la presenza mentale. Il praticante impara a cogliere e acquietare il movimento disordinato dei pensieri; nel maggiore silenzio interiore può distinguere più chiaramente quella che è la realtà da quelli che sono i suoi abituali schemi percettivi e reattivi, che distorcono la realtà e generano sofferenza.  Dalla meditazione di tradizione buddista sono nate nell’ambito della psicologia occidentale diverse prospettive teoriche e  pratiche che cominciano a diffondersi (a partire dalla Mindfulness Based Stress Reduction (che significa la “Riduzione dello stress basata sulla consapevolezza”).

Le tecniche di meditazione orientali, trasformate in Mindfulness in Occidente, consentono di  allenare la mente ad alcuni principi e ad alcune pratiche che consentono di sviluppare da un lato la concentrazione, l’attenzione, la presenza mentale, dall’altro la capacità di ridurre lo stress, sviluppare il benessere psichico
La meditazione, se chiarita nella sue premesse e finalità ed applicata con continuità, è uno strumento straordinario per prendersi cura di sé in modo globale.  Prendersi pienamente cura di sé significa seguire una prospettiva che non deve risultare   narcisista ed  autocentrata, bensì aperta alla realtà esterna e dunque all’impegno di prendersi cura degli altri.  Prendersi cura di sé significa dunque attivare contemporaneamente la sensibilità verso se stessi e verso gli altri.  

La meditazione può essere un percorso da praticare individualmente o in gruppo per imparare a gestire le emozioni impetuose e i sequestri emozionali, per potenziare l’energia e la lucidità nelle situazioni che richiedono conflittualizzazione e negoziazione e per far prevalere gradualmente l’esperienza di calma e di rilassamento sulle spinte, provenienti dall’attività professionale, che producono un aumento della tensione e all’affanno. Per questo è particolarmente indicata per le professioni di aiuto.

c.    Il lavoro autobiografico punta a promuovere e valorizzare le storie di vita, le condizioni e i processi cognitivi che consentono il racconto di sé attraverso la scrittura in una prospettiva auto- formativa e riflessiva. La pratica narrativa autobiografica permette di ricostruire e ripercorrere le esperienze in un contesto narrativo, vuoi favorendo una memoria legata alla narrazione obiettivante di situazioni passate, vuoi come possibilità soggettiva di rivivere quelle situazioni. Per consentire apprendimenti e cambiamenti il pensiero autobiografico deve stimolare processi autocognitivi che esigono una distanziamento da se stessi cioè la possibilità di dividersi senza perdersi, per potersi guardare.

A queste tre metodologie se ne affiancano delle altre che in qualche misura possono essere integrate in un percorso di cura di sé a seconda dei processi di maturazione di un gruppo di lavoro o di formazione.

d.    Lo psicodramma (termine derivato da psiche = anima/mente e drao = agisco) indica un approccio psicologico che esplora i contenuti mentali attraverso l'azione e la rappresentazione simbolica. La realtà psicologica del soggetto può essere esteriorizzata e meglio compresa attraverso la drammatizzazione delle diversi parti e dei diversi ruoli presenti nella mente e nella vita dell'individuo. È un metodo di sviluppo personale in gruppo e di gruppo che facilita, grazie alla concretizzazione scenica, lo stabilirsi di un intreccio armonico tra le esigenze interne m le richieste della realtà, e porta alla riscoperta ed alla valorizzazione della propria spontaneità e creatività.
Lo psicodramma consente di definire tecniche di rielaborazione dell'infanzia rimossa derivano da un approccio integrato alla psicoterapia del trauma e sono state applicate in ambito terapeutico e, con gli opportuni adeguamenti, in contesto formativo, nell'esperienza del Centro Studi Hansel e Gretel. Queste tecniche mirano a sollecitare l'incontro con il bambino interiore che vuole piangere, che vuole comunicare l’impotenza vissuta, che vuole protestare, che vuole esprimersi: mirano a favorire il confronto con i ruoli, le sofferenze, le istanze trasformative della dimensione infantile che vive nella mente dell'adulto e che continua a rivendicare ascolto, rispetto e considerazione.

e.    Se lo psicodramma consente di dare voce al bambino interiore sofferente, la ludopsicologia   consente di dare espressione al bambino interiore che vuole giocare ed aprirsi agli altri con giocosità e creatività.  Nella ludopsicologia il gioco si presenta in modo molto semplice ed è possibile risperimentare l’entusiasmo del gioco infantile, le sue potenzialità di divertimento  e di sperimentazione di nuove possibilità, di crescita.
La ludopsicologia prende avvio da tecniche pedagogiche, tra le quali la ludopsicologia che è il risultato di una ricerca iniziata vent'anni fa in Uruguay, nel contesto delle dittature militari dell’America Latina, quale strategia di promozione della partecipazione. Si tratta di  una metodologia pedagogica che vuole riscattare la dimensione socio-affettiva, l’importanza della relazione, della soggettività, della corporeità, dell’allegria e del piacere – connesse al gioco - come fonti e riserve inesauribili ed ancora vergini di conoscenza e di espressione di sé con potenzialità di applicazione didattica,  metodologica e sociale.
Nella nostra prospettiva la ludopsicologia  va oltre l’aspetto pedagogico per potenziare gli aspetti di ascolto e cura di  sé, delle parti giocose non spente dell’adulto e gli aspetti di  comprensione,  trasformazione ed elaborazione psicologica dell’individuo e del gruppo,  presenti nel gioco infantile. Si tratta di azionare le capacità del gruppo per mettere in relazione il percorso ludico proposto con le emozioni incontrate, con i significati da scoprire, con gli apprendimenti possibili e con l’elaborazione dei ricordi infantili, con la consapevolezza delle dimensioni soffocate del Sé.
La ludopsicologia è basata non solo sul recupero del gioco infantile, con la sua freschezza e vitalità, ma anche con l’elaborazione psicologica, emotiva e riflessiva, che ne può derivare: in quest’ottica può aiutare molto gli operatori impegnati nell’accudimento e nella cura dei più piccoli ad esprimere se stessi e a prendersi cura di sé.
  
Proponiamo un’integrazione teorica e metodologica in particolare tra i primi  tre approcci: l’intelligenza emotiva, le tecniche di autobiografia, la pratica di meditazione, a partire dall’idea  dell’esistenza di sei principi che accomunano queste tecniche. Anche lo psicodramma, le tecniche di rielaborazione dell’infanzia rimossa e la ludopsicologia  possono essere utilizzate in questa prospettiva integrativa possono essere integrati tenendo conto del percorso di crescita e condivisione di uno specifico gruppo di lavopro o di formazione.   

L’intelligenza emotiva, le tecniche di autobiografia, la pratica di meditazione:

1)    sono forme di cura di sé:

·         con la meditazione ci si prende cura di due funzioni mentali: la concentrazione e la consapevolezza. Attraverso la meditazione il prendersi cura della mente avviene senza operare una scissione rispetto al corpo: ci si prende cura, infatti, della possibilità di rilassarsi nel miglior modo possibile;
·         l’intelligenza emotiva è prendersi cura dell’aspetto più prezioso del sé l’emozione;
·         la cura autobiografica di sé consiste nel recuperare e utilizzare ricordi, saperi, nessi, architetture esistenziali per ri-costruire la propria identità, per scoprire la propria unicità, per dare senso alla propria storia;

2) presuppongono un fermare l’agire:

se non si esce, anche solo  temporaneamente, dalla logica della prestazione, non si troverà mai il tempo per meditare, per riflettere sui sentimenti, per fermarsi a scrivere. Prendere tempo per pensare è la cosa che accomuna i tre approcci;

2)    richiedono concentrazione e disciplina:

nel caso della meditazione proprio la concentrazione è un punto fondamentale dell’attività, è necessario evitare che la mente vaghi tra innumerevoli pensieri e immagini, concentrando, ad esempio, l’attenzione sul respiro, sul corpo. Anche fermarsi su una unica emozione, darle un nome è un lavoro di concentrazione; e la scrittura, è intuitivo, necessita di notevole concentrazione.

4) Necessitano di una guida:

è vero che il soggetto, con il tempo, impara a camminare con le sue gambe, a leggere le proprie emozioni, a far meditazione da solo, a far l’autobiografia da solo, ma queste tre tecniche presuppongono una relazione asimmetrica, una guida, un conduttore, qualcuno che sia più avanti nel cammino e sia in grado di facilitare il processo di crescita e di apprendimento nella specifica disciplina;

5) Inducono il confronto con l’altro:

non c’è solo una relazione asimmetrica maestro-allievo, ma anche una relazione tra pari, con altre persone, in un gruppo dove si può imparare qualcosa mediante la condivisione, la coralità, l’espressione dei vissuti emotivi. È importante sottolineare come il confronto con l’altro presupponga l’empatia. L’empatia è un ingrediente che consente alla relazione tra la guida e l’allievo di non essere autoritaria e aiuta nel rapporto col gruppo a frenare la competizione, la distrazione, il giudizio e a favorire il lavoro;

6) favoriscono l’acquisizione di consapevolezza:

a diversi livelli e con aspetti specifici queste tre metodologie (come anche il metodo analitico) mirano a potenziare quella funzione complessa, misteriosa e straordinaria che è la consapevolezza e possono avere esiti inefficaci o mistificanti quando viene tradita la finalità strategica del potenziamento di tale funzione.



giovedì 10 ottobre 2013

MEDITAZIONE E CURA DI SE’ PER GLI OPERATORI IMPEGNATI NELLA RELAZIONE DI AIUTO


Foto: MEDITAZIONE E  CURA DI SE’ PER GLI OPERATORI IMPEGNATI NELLA RELAZIONE DI AIUTO 
La meditazione di consapevolezza, nelle sue molte forme e pratiche sviluppate in 2500 anni di tradizione buddhista, è uno strumento potente per ritrovare la connessione con il centro di noi stessi e con la capacità di mantenere la presenza mentale. Dalla meditazione di tradizione buddista sono nate nell’ambito della psicologia occidentale diverse prospettive teoriche e  pratiche che cominciano a diffondersi (a partire dalla Mindfulness Based Stress Reduction che significa “Riduzione dello stress basata sulla consapevolezza”). 
La meditazione, se chiarita nella sue premesse e finalità ed applicata con continuità, è uno strumento straordinario per prendersi cura di sé in modo globale.  Prendersi pienamente cura di sé significa seguire una prospettiva che non deve risultare  narcisista ed autocentrata, bensì aperta alla realtà esterna e dunque all’impegno di prendersi cura degli altri.  Prendersi cura di sé significa dunque attivare contemporaneamente la sensibilità verso se stessi e verso gli altri.   
La meditazione può essere un percorso da praticare individualmente o in gruppo per imparare a gestire le emozioni impetuose e i sequestri emozionali, per potenziare l’energia e la lucidità nelle situazioni che richiedono conflittualizzazione e negoziazione e per far prevalere gradualmente l’esperienza di calma e di rilassamento sulle spinte, provenienti dall’attività professionale, che producono un aumento della tensione e all’affanno. Per questo è particolarmente indicata per le professioni di aiuto. 
Scrive Thich Nhat Hanh: “Molti di coloro che fanno professioni d’aiuto – dottori, infermieri, operatori sociali, psicoterapisti, insegnanti – vengono messi in difficoltà dal proprio dolore personale: a volte stanno male e non sanno come fare a riconoscere e trasformare la propria sofferenza. Da un lato hanno il desiderio di contribuire ad alleviare la sofferenza degli altri, dall’altro però non sanno ancora prendersi cura del proprio dolore personale. In ogni scuola o corso per assistenti o operatori sociali, per medici o per infermieri, insegnanti e avvocati, la pratica della presenza mentale e della cura di se stessi dovrebbe far parte del programma di studi, non solo a scopo informativo intellettuale ma come elemento della vita quotidiana degli studenti. Tutti loro trarrebbero un profitto personale dallo studio e dalla pratica della presenza mentale e renderebbero agli altri un servizio migliore. In una società davvero civile, ogni scuola per professioni d’assistenza dovrebbe insegnare la pratica della presenza mentale.”  (Thich Nhat Hanh, L’unica nostra arma è la pace)  

In conclusione le tecniche meditative aprono diversi e promettenti sentieri verso una crescita delle competenze di ascolto e di attenzione verso se stessi e verso gli altri. 
(Per un approfondimento cfr. il BLOG “Cura di Sé e meditazione” nel sito www. cshg.it)

La meditazione di consapevolezza, nelle sue molte forme e pratiche sviluppate in 2500 anni di tradizione buddhista, è uno strumento potente per ritrovare la connessione con il centro di noi stessi e con la capacità di mantenere la presenza mentale. Il praticante impara a cogliere e acquietare il movimento disordinato dei pensieri; nel maggiore silenzio interiore può distinguere più chiaramente quella che è la realtà da quelli che sono i suoi abituali schemi percettivi e reattivi, che distorcono la realtà e generano sofferenza.  Dalla meditazione di tradizione buddista sono nate nell’ambito della psicologia occidentale diverse prospettive teoriche e pratiche che cominciano a diffondersi (a partire dalla Mindfulness Based Stress Reduction (che significa la “Riduzione dello stress basata sulla consapevolezza”).
Le tecniche di meditazione orientali, trasformate in Mindfulness in Occidente, consentono di  allenare la mente ad alcuni principi e ad alcune pratiche che consentono di sviluppare da un lato la concentrazione, l’attenzione, la presenza mentale, dall’altro la capacità di ridurre lo stress, sviluppare il benessere psichico
La meditazione, se chiarita nella sue premesse e finalità ed applicata con continuità, è uno strumento straordinario per prendersi cura di sé in modo globale.  Prendersi pienamente cura di sé significa seguire una prospettiva che non deve risultare   narcisista ed  autocentrata, bensì aperta alla realtà esterna e dunque all’impegno di prendersi cura degli altri.  Prendersi cura di sé significa dunque attivare contemporaneamente la sensibilità verso se stessi e verso gli altri.  
La meditazione può essere un percorso da praticare individualmente o in gruppo per imparare a gestire le emozioni impetuose e i sequestri emozionali, per potenziare l’energia e la lucidità nelle situazioni che richiedono conflittualizzazione e negoziazione e per far prevalere gradualmente l’esperienza di calma e di rilassamento sulle spinte, provenienti dall’attività professionale, che producono un aumento della tensione e all’affanno. Per questo è particolarmente indicata per le professioni di aiuto.
Scrive Thich Nhat Hanh, monaco buddista vietnamita che anima un importante movimento buddista in Occidente :  “Molti di coloro che fanno professioni d’aiuto – dottori, infermieri, operatori sociali, psicoterapisti, insegnanti – vengono messi in difficoltà dal proprio dolore personale: a volte stanno male e non sanno come fare a riconoscere e trasformare la propria sofferenza. Da un lato hanno il desiderio di contribuire ad alleviare la sofferenza degli altri, dall’altro però non sanno ancora prendersi cura del proprio dolore personale. In ogni scuola o corso per assistenti o operatori sociali, per medici o per infermieri, insegnanti e avvocati, la pratica della presenza mentale e della cura di se stessi dovrebbe far parte del programma di studi, non solo a scopo informativo intellettuale ma come elemento della vita quotidiana degli studenti. Tutti loro trarrebbero un profitto personale dallo studio e dalla pratica della presenza mentale e renderebbero agli altri un servizio migliore. In una società davvero civile, ogni scuola per professioni d’assistenza dovrebbe insegnare la pratica della presenza mentale.”  (Thich Nhat Hanh, L’unica nostra arma è la pace

La tecniche di meditazione in effetti sono particolarmente efficaci per coloro che sono impegnati nella relazione d’aiuto. La relazione professionale  con utenti portatori di forte disagio è notoriamente fonte di stress, dovuto all’impatto con emozioni intense e logoranti di impotenza, dolore, ansia, rabbia, confusione, colpa… che non è facile smaltire stante gli scarsi spazi di confronto e riflessione di cui gli operatori dispongono. Il disagio dell’operatore può essere amplificato da problematiche istituzionali e relazionali legate all’organizzazione del lavoro spesso deficitaria e condizionata da politiche sociali spesso carenti dal punto di vista della tutela dei soggetti deboli e dell’investimento sulla relazione di aiuto. Un’ulteriore causa di malessere per gli operatori e i professionisti che operano su situazioni di grande sofferenza è data dal fatto che l’intervento può riattivare esperienze personali sofferte del passato, ancora doloranti in qualche angolo della mente, problematiche psicologiche e relazionali, non pienamente elaborate.

In conclusione le tecniche meditative aprono diversi e promettenti sentieri verso una crescita delle competenze di ascolto e di attenzione verso se stessi e verso gli altri.

lunedì 7 ottobre 2013

 L’abbuffata dei piccoli

L’alimentazione dei bambini è una delle forme in  cui si manifesta la trascuratezza di noi genitori e della comunità adulta.

Scrive Fuhrman in “Eat to live”, (Macroedizioni): C'è una generale resistenza al cambiamento. Sarebbe più facile se le abitudini alimentari insalubri e l'importanza scien­tifica della nutrizione ci venissero inculcate già da bambini. Sfortunatamente i bambini non hanno mai mangiato così male come avviene oggi. La maggior parte degli americani non è consapevole che i cibi somministrati ai bambini garantiscono un elevato rischio di can­cro nel corso della loro vita13. Non immaginano nemmeno che quei pasti da fast-food possono essere pericolosi tanto quanto (o anche di più) permettere ai figli stessi di fumare sigarette.
Non permettereste mai ai vostri figli di sedersi a un tavolo fumando sigari e bevendo whiskey, perché non è socialmen­te accettabile, ma permettete loro di consumare regolarmente Coca-cola, cibi fritti in grassi trans e cheeseburger. Molti bam­bini mangiano bomboloni, dolci, brioches e caramelle ogni giorno. È difficile per i genitori comprendere che il consumo di questi cibi porta alla distruzione lenta e insidiosa del poten­ziale genetico dei loro figli e getta le basi per gravi malattie.
Ritengo sia irrealistico essere ottimisti riguardo la salute e il benessere delle generazioni future quando si è di fronte a un aumento senza precedenti del peso medio dei bambini in questo Paese e a livelli record di obesità infantile. Basti vedere quanto sono inquietanti i risultati del Bogalusa Heart Study del 1992, che ha raccolto i dati delle autopsie effettuate su bambini rimasti vittima di morti accidentali. Lo studio ha con­fermato l'esistenza di placche e depositi di grasso (il primo passo verso l'aterosclerosi) nella maggior parte dei bambini e degli adolescenti16! Ecco la conclusione dei ricercatori: «Que­sti risultati sottolineano la necessità di una cardiologia preven­tiva in età precoce». Ritengo che cardiologia preventiva sia un termine involuto per intendere un'alimentazione sana. Un altro studio basato sulle autopsie e apparso sul «New England Journal of Medicine» ha concluso che più dell'85% degli adulti tra i 21 e i 39 anni presenta già modificazioni aterosclerotiche nelle arterie coronariche17. Gli strati di grasso e le placche fibrose ricoprivano gran parte delle arterie coro­nariche. Tutti sanno che il cibo spazzatura non è sano, ma po­chi comprendono le conseguenze che ne derivano - malattie gravi potenzialmente letali. Chiaramente l'alimentazione che seguiamo da bambini ha una grandissima influenza sulla no­stra salute futura e anche su un'eventuale morte prematura.
Ci sono dati significativi che suggeriscono come l'ali­mentazione nell'infanzia abbia un impatto, sulla successiva incidenza di certi tipi di cancro, maggiore di quella che ha un'alimentazione inadeguata se seguita in età più avanzata.
Si legge nel China Study” (T. Colin Campbell e Thomas M. Campbell II,  Macroedizioni), il più grande studio sul rapporto tra alimentazione e prevenzione delle malattie: Da qualunque punto di vista la si consideri, la salute degli americani sta venendo meno. La nostra spesa pro capite in assistenza sanitaria è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra società nel mondo, eppure due terzi degli americani sono sovrappeso, e più di quindici milioni di nostri connazionali soffrono di diabete, una cifra in rapido aumento. Siamo afflitti dalle cardiopatie con la stessa frequenza di trent'anni fa, e la guerra al cancro lanciata negli anni Settanta del Novecento si è rivelata un insuccesso clamoroso. Metà della popolazione americana ha un problema di salute che richiede l'assunzione una volta alla settimana di un farmaco prescritto dal medico, e più di cento milioni di statunitensi hanno il colesterolo alto.
A peggiorare le cose, stiamo conducendo i nostri giovani verso un baratro di malattia, di cui cadono vittime in sempre più tenera età. Un terzo dei bambini di questo paese è sovrappeso o a rischio di diventarlo. I nostri piccoli sono afflitti con sempre maggior frequenza da una forma di diabete che un tempo veniva riscontrata solo negli adulti, e assumono più farmaci con obbligo di ricetta di quanto sia mai successo nel passato.
Tutti questi problemi si riducono a tre fattori: colazione, pranzo e cena.

mercoledì 18 settembre 2013

Per molte malattie il cibo può essere una cura efficacissima.



 “Stiamo vivendo – scrive Joel Fuhrman - in una società di mangiatori compulsivi che produce individui allergici e malati. Mangiare e vivere come fanno molti americani, e forse anche voi, porta a soffrire di un sacco di problemi - di cui appunto molti americani soffrono. Una buona salute non è soltanto assenza di malattie. Una buona salute previene le malattie nel futuro e può essere raggiunta solo con un'alimentazione e uno stile di vita sani. Andare dal medico, dall'agopuntore, dal chiropratico, dall'omeopata, dal naturopata, dall'osteopata o da altri consulenti di sorta non vi renderà sani. Potrete ottenere sollievo sintomatico alle vostre condizioni, ma i trattamenti non vi daranno la salute.

 Per molte persone la malattia significa mettere il proprio destino nelle mani dei dottori e conformarsi alle loro raccomandazioni, che solitamente implicano l'assunzione di farmaci per il resto della vita mentre la vostra salute si deteriora gradualmente. La gente non sa che la maggior parte delle malattie è autoindotta e che può regredire con metodi nutrizionali aggressivi. Sia i pazienti che i dottori agiscono come se tutti i problemi medici fossero genetici o come se fossero la normale conseguenza dell'invecchiamento. Credono che le malattie croniche siano solo quanto ci dobbiamo aspettare. Sfortunatamente il business medico-farmaceutico ha incoraggiato la gente a credere che i problemi di salute siano ereditari e che abbiamo bisogno d'ingurgitare porzioni per difendere i nostri geni. Tutto ciò è quasi sempre falso. Tutti abbiamo debolezze genetiche, ma tali predisposizioni non avranno la possibilità di slatentizzarsi a meno che non abusiamo del nostro corpo con anni e anni di maltrattamenti. Non dimenticatelo: il 99% dei nostri geni è programmato per mantenerci in salute. Il problema è che non li lasciamo fare il loro lavoro. La mia esperienza clinica negli ultimi vent'anni mi ha dimostrato che quasi tutte le principali malattie che affliggono gli americani sono reversibili con cambiamenti alimentari drastici programmati per eliminare il danno causato da anni di alimentazione dannosa. La cosiddetta dieta bilanciata che tanti americani seguono causa le malattie che gli americani hanno. Tali condizioni, e molte altre, possono essere efficacemente prevenute o trattate con una nutrizione di qualità superiore. Mano a mano che i problemi medici si risolvono, i pazienti possono gradualmente liberarsi delle medicine che erano loro state prescritte. Il cibo è la cura Ai pazienti viene detto che il cibo non ha nulla a che fare con le malattie di cui soffrono. I dermatologi insistono nell'affermare che l'alimentazione non c'entra nulla con l'acne, i reumatologi che non ha nulla a che fare con l'artrite reumatoide e i gastroenterologi che non ha nulla a che fare con le malattie intestinali infiammatorie. Anche i cardiologi hanno opposto resistenza prima di accettare le innumerevoli evidenze secondo cui l'aterosclerosi è assolutamente evitabile. Molti di loro ancora cre¬dono che la coronaropatia e l'angina richiedano i trattamenti invasivi della chirurgia e che non siano guaribili con interventi alimentari. Gran parte dei medici non ha esperienza nel tratta¬mento naturale delle malattie attraverso l'alimentazione e certi medici.” (da Joel Fuhrman, “Eat to live”, Macroedizioni)

 Secondo Fuhrman le malattie su cui si può potentemente incidere con una sana alimentazione sono numerose. Tra queste: Acne, Allergie Artrite, Appendicite, Aterosclerosi, Diabete (negli adulti), Fibromialgia, Gotta, Pressione alta, Disfunzioni sessuali, Polipi al colon, Diverticolite, Calcoli biliari, Mal di testa, Calcoli renali.

giovedì 12 settembre 2013

MEDITAZIONE E LAVORO DI CONSAPEVOLEZZA

Ho deciso di avviare fra qualche settimana un gruppo di meditazione da me condotto che si svolgerà in orario preserale in un giorno fisso della settimana con partecipazione ad offerta libera a partire da 10 euro. Il gruppo riprenderà su nuove basi l’esperienza di Mente e Vita che si è svolta tra il 2010 e il 2012 e che è stata promossa dal centro Studi Hansel e Gretel. Racconta un'antica storia Zen: un uomo trascorreva la sua giornata sul ciglio della strada seduto su una cassa, viveva di carità e continuamente si lamentava della sua situazione. Un giorno fu avvicinato da un maestro a cui, come a tutti quelli che passavano, chiese qualche soldo. Il maestro non aveva niente da dargli, lo guardò attentamente e gli chiese: “Ma cosa c'è dentro quella cassa su cui sei seduto?” “Non lo so” fece l'altro, “è solo un sedile”. “Perché non provi a guardare dentro?” Aperta la cassa, grande fu lo stupore perché uscì fuori un mucchio di monete d’oro. L'uomo era stato seduto per anni lì sopra a chiedere la carità e a lamentarsi. Tutti coloro che passavano gli davano qualche soldo, ma mai nessuno gli aveva suggerito di aprire la cassa. C’è un tesoro in ciascuno di noi, nella nostra mente, nel nostro cuore, nel nostro corpo che può cambiare la nostra vita e che rischiamo di non riconoscere e di non sfruttare. Il percorso di consapevolezza e di conoscenza di sé è la strada complessa e straordinaria che può consentire a ogni soggetto di aprire la cassa dove è seduto e scoprire le risorse che possiede e che può utilizzare per sé e per le persone che gli sono vicine. Siccome l’esistenza umana è sofferta e conflittuale e sono diffusi atteggiamenti di egocentrismo, perversione, mancanza di amore e di ascolto, le persone, sin dall’infanzia, imparano a ridurre, spesso addirittura anche a rinunciare alla piena coscienza dei propri bisogni, delle proprie emozioni, della propria memoria. Per integrare questa piena coscienza è possibile sfruttare la convergenza degli strumenti della meditazione e del lavoro psicologico di consapevolezza, è possibile utilizzare con l’indispensabile orientamento e l’adeguata sintesi tutte le tecniche meditative, espressive e psicologiche di cui la cultura umana dispone.

mercoledì 7 settembre 2011

incontri di pratica

venerdì 22 luglio 2011

Cari amici del blog,

l’ultima mia comunicazione su questo blog risale al 5 Gennaio scorso ed è con un po’ di apprensione e molto senso di inadeguatezza che mi appresto a scrivere ancora, pensando che forse qualcuno, ogni tanto, prova a dare un’occhiata.
Sono passati molti mesi e i nostri incontri sono continuati con regolarità. Tutti i giovedì dalle 18 alle 19 e 30 nella “Chaplin” ,così si chiama la stanza della scuola di teatro che, fino ad ora, ci ha ospitato.
L’esperienza maturata durante gli incontri di pratica, diventata parola scritta, è stata pubblicata nella prima parte della dispensa edita da S.I.E., la casa editrice del Centro Studi Hansel e Gretel, dal titolo: “La forza vitale della meditazione : cura e consapevolezza di se”.

La dispensa, è a cura di Claudio Foti e contiene un intervento introduttivo del curatore, direttore scientifico del Centro Studi Hansel e Gretel a cui Mente e Vita appartiene, dal titolo.” Le resistenze all’incontro tra psicoterapia e meditazione”
La seconda sezione della dispensa è dedicata alla meditazione offerta ai bambini anche a quelli della scuola materna, alle mamme, ai soggetti in età evolutiva, agli educatori, a cui il gruppo “Mente e Vita” a lavorato. La terza parte contiene contributi di meditanti esperti, Silvia Lombardi ed Antonella Commellato, psicoterapeuti che integrano la psicoterapia con le tecniche meditative: Gabriella Bertino e Bianca Berretti e di Ettore Fili studioso del buddismo.
La dispensa è stata presentata in occasione di un incontro pubblico, gratuito, che si è tenuto nel mese di Maggio presso la sede del Gruppo Abele.

Ora c’è la pausa estiva, per molti è tempo di riposo, la città si svuota, i nostri incontri di pratica sono terminati.

Si riprende a Settembre, il 19 di Settembre, ancora una volta in un altro luogo: ci ospiterà il Gruppo Abele ,nella sua sede di corso Trapani 91/B 10 a Torino, e cambieremo anche giorno, non più il giovedì, ma il lunedì, l’orario rimarrà quello dalle 18 alle 19e 30.

Le attività di Mente e Vita per l’autunno, oltre agli incontri di pratica prevedono


Venerdì 30 Settembre 2011 dalle ore 17,30 alle ore 20,30
Incontro
Portare la calma nella scuola: l'a, b, c, della meditazione di consapevolezza per i bambini, gli adolescenti e i loro insegnanti.
presso l’associazione Gruppo Abele
Sala delle fabbriche/E
Corso Trapani 91/B10, Torino


29-30 Ottobre 2011
Seminario
Meditazione e Psicoterapia
Le tecniche di consapevolezza, la cura di se e dell’altro.
Condotto da Claudio Foti

6 Ottobre- 27 Novembre
Corso di formazione personale
Mindfulness: consapevolezza per la cura di sé
Programma MBSR Mindfulness Based Stress Reduction
Istruttore: Anita Novaro

Per maggiori informazioni potete consultare il sito o telefonare in segreteria.

mercoledì 5 gennaio 2011

giovedì 30 dicembre 2010



per augurarvi buon anno mi piace condividere con voi il risultato di una piccola attivazione fatta un paio di settimane fa.
Alla fine della meditazione è stato chiesto di scrivere qualche breve
metafora che rispondesse al dispositivo "La meditazione è come...".
Il risultato è il testo pubblicato qui sotto
Più che altro una poesia.
Che a noi è piaciuta molto.
E un po' ci rappresenta...


LA MEDITAZIONE E’ COME…


La meditazione è come un abbraccio di luce,
una sfida senza vincitori,
un sorriso nel buio.

La meditazione è come il calore di una coperta,
ti scalda e ti protegge.

La meditazione è come un faro: luce buio
buio luce
buio buio luce.

La meditazione è poter ricominciare tutte le volte.

La meditazione è come fluttuare nell’aria
senza perdere il senso di sé
accudendo le parti sane e non.

La meditazione è come una luce che ci inonda
è come una barca che scivola serena
su onde non sempre serene.

La meditazione è come cercare una forma
sapendo che non c’è forma
dove bisogna sapersi aspettare

Anita Novaro

venerdì 12 novembre 2010

FIDUCIA

Oggi durante la nostra pratica abbiamo fatto un esercizio per sperimentare ed osservare la fiducia.
Poiché il tempo è volato e non c’è stata la possibilità di rifletterci, ho pensato di riportare qui alcune indicazioni preziose di Kabat-Zinn e Corrado Pensa.

Eccole:

“ La fiducia è la sensazione di certezza o convinzione che le cose possono svolgersi in un contesto affidabile di ordine e integrità. Forse non comprendiamo sempre cosa accade a noi o ad altri o la ragione di una particolare situazione; ma se abbiamo fiducia in noi stessi,in qualcun altro, o ci affidiamo ad un procedimento o a un ideale, possiamo trovare un forte elemento stabilizzante che comprende sicurezza, equilibrio e franchezza che, se non sono basati sull’ingenuità, in un certo senso ci guidano e proteggono intuitivamente dal male e dall’autodistruzione.

“Nella pratica della consapevolezza è importante coltivare il senso di fiducia,……nella nostra capacità personale di osservare,essere aperti e attenti, riflettere sull’esperienza, crescere ed apprendere dall’osservazione e dall’applicazione………………”

“Se sapremo prendere posizione e ci abbandoneremo al presente in tutta la sua pienezza, forse scopriremo che il momento attuale merita la nostra fiducia. Da tali esperimenti continuamente reiterati può scaturire la sensazione nuova che nel nostro animo esiste un nucleo fondamentalmente sano e degno di fiducia e che le nostre intuizioni, quali echi profondi dell’attualità del momento presente, la meritano pienamente.” dal capitolo intitolato La Fiducia del libro di Jon Kabat- Zinn “ Dovunque tu vada ci sei già.”

Anche in “Vivere momento per momento” Jon Kabat-Zinn torna sulla fiducia, ecco tra l’altro cosa dice:

“Sviluppare una fiducia di fondo nella tua esperienza e nelle tue sensazioni, è parte integrante dell’addestramento alla meditazione. E’ meglio fidarti della tua intuizione e della tua propria autorità, anche se puoi fare degli sbagli, piuttosto che cercare una guida fuori dite. Se in un certo momento una cosa non la senti giusta, perché non rispettare la tua sensazione?”

“ E’ impossibile diventare uguale a qualcun altro: la sola cosa a cui puoi aspirare è diventare pienamente te stessa…………….Gli insegnanti e i libri possono solo indicare la direzione.”

“Praticando la consapevolezza, pratichi anche un’assunzione di responsabilità di essere te stessa e i imparare ad ascoltarti e ad avere fiducia nel tuo essere. Più coltivi questa fiducia nel tuo proprio essere, più troverai facile aver fiducia anche negli altri e contattare la loro bontà di fondo.”

Questo non vuol dire cercare di scacciare i momenti di sfiducia quando emergono, anzi attraverso la pratica potremo osservarli come ci suggerisce Corrado Pensa nel suo libro “L’intelligenza spirituale”

“ Percepiamo con gentilezza e , se possibile, con tenerezza, la qualità di quest’onda di sfiducia, cerchiamo veramente di incontrarla e di osservarla gentilmente.E’ una cosa alla quale non siamo affatto educati. O ci lasciamo sommergere dallo scoraggiamento e dalla sfiducia o cerchiamo di respingerla e non osservarla:…..Anzichè rammaricarci di essere scoraggiati, anziché biasimarci per il nostro scoraggiamento, ci dedichiamo ad osservare con gentilezza queste onde. E non dobbiamo esitare a infondere quanta più gentilezza possiamo, a insinuare un tocco delicato, lieve, tenero.
E’ un atteggiamento completamente diverso di fronte alla sfiducia e allo scoraggiamento, un atteggiamento che scardina alle radici l’identificazione, ossia la nostra radicata tendenza a credere ciecamente ai pensieri e alle conclusioni della sfiducia e dello scoraggiamento.”

Affettuosamente Anita Novaro

sabato 11 settembre 2010

venerdì 10 settembre 2010

La metta a sè stessi

Pensando all’autunno ai nostri prossimi incontri, la mia mente è ritornata alla pratica dell’ultimo venerdì prima della pausa estiva : “ La Metta a sé stessi”
La metta è una qualità importante e potente della pratica. Il termine indica gentilezza amorevole, una particolare morbidezza del cuore.
Dopo essersi centrati, praticando l’attenzione al respiro, si procede pronunciando frasi come queste:
Che io impari a prendermi cura di me
Che io possa aver buona salute, felicità nel cuore,sicurezza dai pericoli
Che io possa aver la gioia e il conforto della mia amicizia per me stesso

Dice Pensa a proposito di questa meditazione:
“Rivolgendo la Metta nei nostri propri confronti,cerchiamo di evocare la nostra immagine, il nostro nome e di prenderci dunque in considerazione come recipiente, come oggetto di benevolenza, come oggetto di appoggio incondizionato.
Ed è qui la difficoltà che spesso si incontra:nell'incondizionatezza.
Noi appoggiamo, sosteniamo,stimiamo noi stessi solo a patto che.....
Lo facciamo anche con gli altri, ma forse, con se stessi è più forte, ed è un ostacolo, è un peso,è una prigione, e la meditazione ci insegna a vederlo meglio, perché può darsi che ad occhio nudo noi non lo si veda affatto, che questa intolleranza verso se stessi, questa disistima, questa svalutazione sono un peso, un ostacolo, una ferita, una separazione.
Forse, può darsi che noi la sentiamo come una cosa legittima, una cosa naturale, una cosa tutto sommato non priva di nobiltà,o cose del genere. Questo modo di considerare l'avversione nei propri confronti è un modo profondamente errato.
Quindi bisogna cominciare a mettere noi stessi davanti a noi stessi, cominciando a prenderci delicatamente in mano invece di scuoterci , di strattonarci........
Abbiamo bisogno dell'amicizia per noi stessi; è un fondamento cruciale per il lavoro interiore,è un grande solvente, è un grande elemento distensivo e quindi, dall'unità maggiore con se stessi mette in grado di passare ad un'unità poi con il mondo, con gli altri.
Ma se siamo divisi dentro divideremo anche fuori, accorgendocene e non accorgendocene.....
L'inimicizia per se stessi è un grosso aspetto di sofferenza.
Abbiamo aspettative verso noi stessi, tendiamo a confrontarci con modelli esterni, abbiamo incorporato una competitività diffusa, una tendenza ai sensi di colpa e a sensi di indegnità provenienti da una cattiva religiosità.
Tutto questo concorre a creare dell'attaccamento a modelli, questo attaccamento crea sensi di frustrazione, sofferenza. Ed è una sofferenza sorda, amara che ci accompagna e che accompagna molti e che va messa in prima linea come oggetto del lavoro interiore.”

A conclusione della pratica, abbiamo condiviso la lettura della poesia di Erich Fried che qui riporto


“Cosa è?
È pazzia
dice la ragione
È quello che è
dice l’amore
È una disgrazia
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È senza speranza
dice il senno
È quello che è
dice l’amore
È ridicolo
dice l’orgoglio
È sconsiderato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quello che è
dice l’amore”

Anita Novaro